Il fork eCash di Sztorc
Paul Sztorc, noto sviluppatore e principale sostenitore delle Drivechains, ha decisamente scosso l’ecosistema Bitcoin. Ha proposto un hard fork della rete chiamato “eCash”, con lancio pianificato per agosto 2026, in corrispondenza del blocco 964.000.
Il progetto punta a creare una nuova catena indipendente. Erediterà l’intera cronologia delle transazioni di Bitcoin fino al momento della scissione. Di conseguenza, chiunque possieda BTC al momento del fork riceverà una quantità equivalente di token eCash, scindibili attraverso un apposito strumento di “coin-splitting”. Un raddoppio ovviamente succulento, almeno sulla carta, che di certo andrà a solleticare gli hodler di ogni ordine e grado.
L’obiettivo tecnico di Sztorc è implementare nativamente sulla nuova rete la tecnologia delle Drivechains, formalizzata anni fa nei Bitcoin Improvement Proposals BIP300 e BIP301. Di fatto, però, non è mai stata integrata nella rete principale a causa della mancanza del dovuto consenso. Le Drivechains, in sostanza, agiscono come sidechain ancorate alla blockchain principale, consentendo di creare ambienti con regole e funzionalità personalizzate (come privacy avanzata o mercati predittivi) senza appesantire la chain primaria.
Per il lancio di eCash sono già in fase di sviluppo sette sidechain dedicate, tra cui Truthcoin (mercati predittivi), CoinShift (un exchange decentralizzato), Photon (una catena resistente ai computer quantistici) e una versione orientata alla privacy basata su Zcash. Cambiamenti che non sono piaciuti troppo alle componenti puriste di Bitcoin.
La controversia dei fondi di Satoshi
Tuttavia, l’aspetto che ha scatenato le polemiche più furiose non riguarda l’architettura tecnica, bensì l’ingegnoso e controverso modello di finanziamento ideato da Sztorc: l’utilizzo dei bitcoin storicamente attribuiti a Satoshi Nakamoto: un “tesoretto” che di vezzeggiativo e diminutivo ha gran poco, visto che si parla di un patrimonio milionario.
La controversia di furto: sulla nuova blockchain eCash verranno replicati anche gli indirizzi originari di Satoshi Nakamoto, che custodiscono circa 1,1 milioni di monete mai movimentate fin dalla nascita di Bitcoin. Il piano di Sztorc prevede di usare i token eCash equivalenti generati su quegli indirizzi per attrarre capitali, vendendone meno della metà agli investitori in fase di pre-fork.
Sztorc ha difeso la scelta dichiarando che l’operazione non sottrae un singolo satoshi dalla rete Bitcoin originale (“We don’t take a single BTC”), agendo solamente come meccanismo fortemente redistributivo della ricchezza. La community dei Bitcoiner ha reagito piuttosto duramente, etichettando la manovra come un tentativo di esproprio e un furto di identità digitale. Per molti critici, allocare i fondi di qualcun altro (anche se su una rete forkata e clonata) viola il principio cardine della proprietà privata crittografica: “not your keys, not your coins”. In altri termini, aggiunge un fattore di centralizzazione che, se pure astrattamente concesso dalle regole di consenso del protocollo, viola in senso frontale e violento i valori filosofici dello stesso Nakamoto.
Le tre critiche tecniche
Critiche e confutazioni: al di là della disputa etica sui fondi di Satoshi, la proposta di eCash ha riacceso gli storici dubbi tecnici ed economici che la community esprime da anni nei confronti del modello BIP300 (Drivechains). Le principali critiche si concentrano su tre fronti:
- il rischio di centralizzazione dei Miner (MEV e incentivi). Nel modello BIP300, sono i miner di Bitcoin a controllare i prelievi e i trasferimenti di fondi tra la chain principale e le sidechain. Molti sviluppatori sostengono che questo sistema incentivi dinamiche distorte di MEV (Miner Extractable Value). I grandi pool di mining potrebbero allearsi per censurare le transazioni, manipolare i blocchi delle sidechain o persino rubare i fondi bloccati nel bridge se un gruppo di miner decidesse di cooperare in malafede per un periodo prolungato (il sistema prevede un periodo di voto di circa 3-6 mesi, ma la community teme che la sicurezza economica non sia sufficiente).
- La sicurezza dei peg-out (il rientro dei fondi). Nelle Drivechains, il rientro dei fondi sulla chain principale non è garantito da prove crittografiche matematiche (come le zk-proofs dei moderni layer-2), ma da un voto basato sull’hashrate dei miner. Gli scettici evidenziano che questo introduce un forte presupposto di fiducia nei confronti dei miner, trasformandoli di fatto in custodi dei fondi degli utenti, un concetto a ben vedere opposto alla natura “trustless” di Bitcoin.
- Lo spettro dei fork del 2017 e la frammentazione della liquidità. La community ha accolto la proposta di un hard fork con estremo scetticismo, ricordando la “guerra delle dimensioni dei blocchi” del 2017 che portò alla nascita di Bitcoin Cash (BCH), sorta di “fratello cattivo” che in molti continuano a boicottare con forza.
La storia ha dimostrato che la stragrande maggioranza degli utenti, dei nodi e del potere di calcolo tende a rimanere sulla catena originale. I fork secondari restano spesso in una condizione di scarsa liquidità, vulnerabilità agli attacchi informatici e progressivo declino del valore di mercato.
La replica dei sostenitori: gli entusiasti dell’ala opposta, Paul Sztorc e i sostenitori delle Drivechains, ribattono affermando che l’immobilismo dello sviluppo di Bitcoin rischia di spingere gli utenti verso altre criptovalute alla ricerca di funzionalità avanzate. Secondo la loro visione, eCash servirà a dimostrare sul campo che il BIP300 è sicuro e scalabile. Sarà in grado di riportare all’interno del mondo Bitcoin tutta l’innovazione tecnologica (DeFi, smart contract e privacy) oggi relegata ad altcoin centralizzate.
Riguardo al finanziamento tramite i coin cloni di Satoshi, i promotori sostengono che sia l’unico modo pragmatico per capitalizzare una fondazione di sviluppo senza ricorrere a una nuova “ICO” o un token pre-scavato privo di legami storici con Bitcoin.
Conclusione
E voi? Che ne pensate di questa trovata estiva? Una bolla di sapone oppure l’inizio di una nuova era di Bitcoin? In definitiva, l’unica cosa che possiamo fare è attendere, facendo ciascuno il tifo per la soluzione migliore. Tenendo presente un dettaglio: non è detto che il passatismo sia sinonimo di cultura reazionaria, specie lungo la storia di Bitcoin, che ha in fondo trasformato la cultura dell’oro e della cosiddetta hard money in rivoluzione oggettiva e misurabile, a disposizione di tutti.
Filippo Albertin aka il Phil

