Il 30 giugno 2026 il mercato delle stablecoin ha cambiato volto. Oltre 140 aziende — Visa, Mastercard, Stripe, BlackRock, Coinbase, American Express, Google, Shopify, Ripple e una lunga lista di nomi che attraversano pagamenti, banche tradizionali e crypto-nativi — hanno annunciato il lancio di Open USD (OUSD), una nuova stablecoin governata da un consorzio indipendente chiamato Open Standard.
Non è un dettaglio da poco. L’iniziativa è guidata da Zach Abrams, co-fondatore di Bridge, la società di infrastrutture stablecoin che Stripe ha acquisito qualche anno fa. Il primo effetto si è visto subito sui mercati: le azioni di Circle sono crollate oltre il 17% in poche ore, segno che Wall Street ha letto l’annuncio come una minaccia diretta a USDC.
Il meccanismo: zero commissioni, rendite condivise
La proposta di Open Standard ribalta il modello su cui Tether e Circle hanno costruito fortune miliardarie. Le aziende partner potranno coniare e riscattare OUSD senza costi e senza limiti di volume, trattenendo gran parte dei rendimenti generati dalle riserve, al netto di una piccola fee di gestione. In pratica, chi distribuisce la stablecoin guadagna anche dagli interessi sui Treasury che la garantiscono — un’entrata che finora restava quasi interamente nelle tasche dell’emittente.
Il progetto verrà distribuito simultaneamente su Solana, Stellar, Base e Polygon, ciascuna pensata per un pubblico diverso: Solana per la DeFi ad alta velocità, Stellar per i pagamenti cross-border, Base per l’ecosistema Coinbase, Polygon per le applicazioni enterprise.
Ma chi ci ha messo la faccia?
Tra le testimonianze raccolte al lancio, Visa ha parlato di una missione condivisa per portare una stablecoin pensata per il sistema finanziario globale. Stripe ha dichiarato l’intenzione di rendere OUSD lo standard predefinito per i pagamenti sulla propria piattaforma, mentre BlackRock proietta un mercato delle stablecoin da 1.500 miliardi di dollari entro il 2030.
Assenti, non a caso, proprio Tether e Circle: i due colossi che oggi dominano il settore restano fuori dal consorzio che punta a ridisegnarne le regole.
Una domanda che vale la pena porsi
Open USD nasce per risolvere un problema reale — l’inefficienza e i costi nascosti delle stablecoin tradizionali — ma resta dentro la stessa cornice: un token il cui valore dipende dalla fiducia in un consorzio di aziende, dalla solidità delle riserve in dollari, dalla governance di un board, dalla supervisione regolatoria. È finanza tokenizzata, non moneta sovrana.
Cambia il modello di business, non la natura dell’asset. Chi possiede OUSD possiede un credito verso un’organizzazione che può, in teoria, congelare, limitare o ridefinire le regole del gioco — dinamica diversa da quella di Bitcoin, dove non esiste un consorzio da convincere né un board che vota le regole. Chi ha la chiave, ha l’asset. Punto.
Cosa osservare nei prossimi mesi
Il lancio operativo di OUSD è atteso entro fine 2026. Vale la pena seguire tre cose: quali partner lo adotteranno davvero come token di regolamento predefinito, come reagiranno i regolatori americani, britannici ed europei a un emittente collettivo anziché singolo, e se la guerra dei rendimenti condivisi spingerà anche Tether e Circle a rivedere il proprio modello.
Una cosa è certa: la finanza tradizionale ha appena ammesso, implicitamente, che le stablecoin sono infrastruttura critica per il futuro dei pagamenti. Resta da capire chi controllerà quell’infrastruttura.
Dave aka il Vecchio
Nota: articolo redatto con il supporto di strumenti AI, basato su fonti multiple verificate online (The Block, CoinDesk, Fortune, Cryptopolitan, FXStreet). Revisione e responsabilità editoriale a cura del Bitcoin Veneto Team.

